Beppe Labianca:
dal dubbio al naufragio dell’io

Da molti anni Labianca si sottrae all’incontro col pubblico. Niente personali, scarse partecipazioni a collettive, un rapporto che si conclude con le tele, col colore, col lavoro.

Una scelta eccessivamente drastica di arroccamento, un gesto più che di disprezzo direi di noncuranza per il momento della fruizione collettiva e uno strano rapporto tra autore e opera prodotta. Come dire che l’arte per Beppe Labianca sembra concludersi nel momento della sua creazione, nelle ore in cui, chiuso in bottega, egli progetta e dipinge.

A chi decida di sorprenderlo nello studio adiacente alla ferrovia, in una zona non periferica ma tuttavia appartata di Bari, un atelier sistemato in un palazzo fatiscente di fine Ottocento e che per qualche tempo ha funto anche da centro culturale, l’Officina, lo studio apparirà tappezzato di tele gigantesche intervallate da opere di più modeste dimensioni appartenenti a periodi diversi.

Ripercorrerà in un attimo la biografia creativa di Labianca, dall’espressionismo contadino degli anni Settanta, prodotto sulla scorta di Guerricchio e Guttuso, alla pittura a cupe atmosfere ossessive che richiamano le vivisezioni di Bacon, la borghesia funerea di Sughi, la fumettistica orrifica degli anni correnti. E poi l’esperienza breve della Nuova Maniera, vissuta secondo una propria idea della pittura, come luogo di esaltazione del caravaggismo.

A Labianca oggi non interessano più le situazioni sociali, i miti, la storia, ma la condizione umana, il rapporto dell’individuo con se stesso, col proprio destino, con la ragione ultima per la quale è viandante nel tempo. E mi pare che centrale diventi la sua riflessione intorno al destino della materia e dei corpi. Sono i temi reiterati nelle opere gigantesche che da cinque anni a questa parte egli va producendo.

Una ossessiva riproposizione di interrogativi attraverso una iconografia iperrealistica e al tempo stesso onirica. Un esistenzialismo disperato, dove il protagonista è quasi sempre l’artista, un Beppe Labianca sorpreso nello smarrimento, nella contemplazione del mistero, del tramonto o del naufragio dell’essere, insomma la propria icona (ancora una volta sono la solitudine e l’autocitazione di Sughi) come metafora della finitezza dell’io di fronte alla materia infinita, di fronte alla luce, ai grandi spazi del deserto e del mare, di fronte al vuoto. Un io possente e granitico in contemplazione della fine, un io smarrito, in frantumi, a dispetto della propria consistenza materiale e alla ricerca di risposte a troppi irrisolvibili quesiti.

Quando, a fianco a questo soggetto solitario, Beppe pone un corpo femminile, nasce sempre un incontro vorace tra masse muscolari, una lotta tra corpi, un amplesso disperato che unisce l’amore alla morte. Solo nell’annullamento dell’orgasmo si produce il silenzio dell’io inquieto. Inquietudine e fame di infinito sono dunque sulle pareti di questo studio, rappresentate nel gigantismo delle raffigurazioni e nell’immensità degli spazi.

Uno studio che visitammo un giorno proprio con Alberto Sughi. Ne ricordo ancora lo stupore, di fronte a quelle opere che partivano da una sua esperienza pittorica e filosofica, ma che si proiettavano verso più spaventevoli sconfinamenti della mente.

Ne ricordo il rimprovero affettuoso a un artista così maturo ma così poco disposto ad aprire al pubblico la prigione dei propri sentimenti e della propria intelligenza pittorica.
Sughi incitava Labianca a uscire da quella macerazione solitaria e a entrare in dialogo con il mondo, un mondo che ha sì bisogno di esempi di pudore, ma anche di rigore creativo.

Tratto da: Novecento a colori
Percorsi nell'arte di un secolo infinito di Raffaele Nigro

 

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